Filippo Penati coordina la squadra di Pierluigi Bersani
Sara’ Filippo Penati il coordinatore della mozione che sosterra’ la candidatura di Pierluigi Bersani alla segreteria del Pd. Lo ha anunciato lo stesso Bersani durante l’inaugurazione del suo comitato elettorale, una cerimonia sotto tono e senza il previsto brindisi in segno di solidarieta’ con le vittime di disastro ferroviario di Viareggio.
Nella squadra dell’ex ministro figurano anche l’eurodeputato Gianni Pittella, vicino a Enrico Letta, come responsabile dell’organizzazione; Margherita Miotto, vicina a Rosy Bindi, curera’ i rapporti con le Associazioni; Walter Tocci sara’ il responsabile dell’elaborazione programmatica, e Stefano Di Traglia quello della comunicazione.
Penati con l’ex ministro: «Al Pd manca profilo di governo»
Penati con l’ex ministro: «Al Pd manca profilo di governo»
L’ex presidente della Provincia di Milano sarà il coordinatore della campagna di Bersani: «C’è ancora troppa autoreferenzialità»
ROMA - «Il problema del Pd non è cercare l’ultimo giovane, quello più nuovo e sconosciuto. Il problema è costruire una credibile alternativa di governo per il Paese. Io non credo alla spallata. La maggioranza di centrodestra ha davanti a sè una prospettiva di governo di medio periodo. Tuttavia Berlusconi si è indebolito. E lo stesso risultato di Milano dimostra che il Pd ha spazio e chance di contendibilità. Anche al Nord. La condizione però è che mostri un volto solido e autorevole». Filippo Penati, reduce dalla battaglia all’ultimo voto per la Provincia di Milano, sarà il coordinatore della campagna congressuale di Pierluigi Bersani. «Ho scelto Pierluigi - spiega - perché, secondo me, ha il profilo migliore per affrontare queste sfide. È un uomo di governo pragmatico. È un dirigente che viene dal territorio e col territorio mantiene un legame forte. E il Pd deve liberarsi da troppa autoreferenzialità».
Ammetterà che il rinnovamento è una questione aperta e che spesso questa bandiera viene agitata contro di voi.
«Il rinnovamento è necessario al Pd. E, vedrete, Bersani non sarà secondo a nessuno nel promuoverlo. Ma bisogna intendersi sulle parole: rinnovamento vuol dire assegnare responsabilità di primo piano ai trenta-quarantenni che già hanno dato prova di sè come sindaci, amministratori, segretari regionali e provinciali. Se invece il nuovo è la sorpresa, allora siamo fuori da ogni percorso democratico».
D’Alema nello schieramento di Bersani è un valore aggiunto o un problema?
«In un partito bisogna sempre cercare di allargare il campo delle forze, mai di escludere. Ma una cosa è certa: il leader è Bersani e non ci sarà un guida per interposta persona».
Vi accusano di voler spostare a sinistra il Pd, rifugiandovi in una identità tradizionale. Cosa risponde?
«Che non è vero. Che bisogna costruire insieme la nuova identità del Pd perché in realtà questa ancora non c’è. Arroccarsi sulle vecchie identità sarebbe semmai il nostro riflesso se non fossimo capaci di un vero progetto di governo e di una tavola di valori in grado di marcare la nostra diversità dal centrodestra».
Eppure su questione come la sicurezza o il contrasto all’immigrazione clandestina il Pd sembra più rincorrere la destra che non elaborare valori e progetti diversi.
«La ricetta della destra sulla sicurezza non sta funzionando al Nord. Il dramma è che finora il Pd sembrava negare il problema, rifugiandosi nella sociologia. Invece la sicurezza è un tema serio e grave, soprattutto per i ceti popolari e le periferie delle metropoli. È lì che il Pd deve costruire le sue soluzioni, diventando interlocutore dei cittadini, combattendo l’illegalità e sperimentando percorsi di integrazione per gli immigrati che lavorano».
Non è semplicistica la formula della soluzione sul campo?
«Bisogna agire contemporaneamente sui due versanti: le proposte di governo e il radicamento del partito nel territorio. È ciò che finora ci è mancato. Ogni circolo deve proiettarsi da subito nella sua sfida di prossimità. Bisogna riconquistare le amministrazioni perdute. Se parliamo d’altro diventeremo residuali».
Radicamento è una bella parola che useranno alla stessa maniera tutti i candidati.
«Per me il radicamento del Pd ha due priorità: nelle classi popolari e nei ceti produttivi. Dobbiamo tornare ad usare la parola uguaglianza e batterci per aumentare le pensioni, i salari colpiti dalla crisi, l’occupazione. Dobbiamo ripristinare quell’ascensore sociale che oggi sta lasciando a terra tanti giovani. E spero che nel confronto congressuale parleremo soprattutto di questo».
Teme che venga fuori il terzo candidato?
«Temo che possa nascere per prevalenti ragioni tattiche, per spostare dalle primarie all’assemblea la scelta del segretario. Vincerebbe il tatticismo e non il nuovismo».
Il Messaggero - 29 giugno 2009
Penati: “Non sono io il terzo uomo, guardo a Milano”
Penati: “Non sono io il terzo uomo, guardo a Milano”
MILANO - QUELLO di Filippo Penati a Milano è un raro caso di sconfitta trionfale. Battuto sul filo di lana da Guido Podestà nel ballottaggio per la presidenza della Provincia, il presidente uscente e candidato del centrosinistra ha però fatto registrare un recupero straordinario rispetto al primo turno e, soprattutto, a Milano città, ha superato il candidato del centrosinistra, esponente del Pdl, fortemente sostenuto dal sindaco Letizia Moratti.
Così lei sta raccogliendo espressioni di stima e di apprezzamento un po’ da tutto il Pd…
«E ovviamente mi fa piacere perché è la testimonianza del lavoro fatto, ma soprattutto perché in questo riconoscimento vedo l’affermazione di una linea politica che negli ultimi anni è stata spesso osteggiata. Una linea che a Milano abbiamo portato avanti con chiarezza, sia nella scelta delle alleanze, sia nella definizione del progetto, sfidando il centrodestra sul suo terreno, a cominciare dalla sicurezza, e scegliendo di correre da soli, senza la sinistra conservatrice di Rifondazione e dei Comunisti italiani».
Il risultato è che si è già parlato di lei come possibile candidato sindaco o candidato governatore e ora, dopo le recenti parole di Veltroni, si parla di lei anche come di una figura di primo piano nel partito, a livello nazionale.
«Allora è bene sgombrare il campo da equivoci. Non sono e non sarò la terza via tra Franceschini e Bersani, non mi candiderò alle primarie, non sono fra quelli che aspirano a fare il segretario nazionale».
Però ha anche detto che non ha nessuna intenzione di andare in pensione…
«E lo confermo. Ma vedo il mio lavoro a Milano. Abbiamo dimostrato che a Milano, dopo tanti anni, il centrodestra è battibile. A Milano si può vincere e fra due anni si voterà di nuovo per il sindaco. Io lavorerò per quell’obiettivo, per ottenere un successo a quell’appuntamento».
È una candidatura?
«Io sicuramente mi impegnerò perché il centrosinistra possa governare Milano. Il candidato verrà scelto al momento opportuno. Oggi è un discorso assolutamente prematuro».
Invece è tempo di parlare del prossimo congresso del Pd.
«Al congresso sarà necessario schierarsi e anch’io lo farò. È presto per dire cosa farò. Sicuramente sosterrò chi darà maggiore valore all’aspetto federale del partito. Il Pd lombardo ha bisogno di grande autonomia. C’è un’emergenza del centrosinistra lombardo: siamo fuori dalle istituzioni importanti e rischiamo di essere emarginati. Bisogna che il rilancio parta dalla Lombardia. Ed è necessario che al centro dell’azione politica del Pd in Lombardia ci siano i temi che abbiamo messo al centro della mia campagna elettorale. Se si vuole ridare vitalità al partito bisogna partire da lì: da un Pd presente nelle periferie, attento alle esigenze della gente che aveva dato fiducia alla sinistra e che in questi anni si è sentita abbandonata, se non addirittura tradita».
Giorgio Guaiti - Il Giorno, 28 giugno 2009
L’ex ministro chiama Penati per coordinare la campagna
L’ex ministro chiama Penati per coordinare la campagna
ROMA - Politico navigato ma senza responsabilità nazionali, amministratore locale, uomo del Nord, ex diessino ma anche «sceriffo democratico», attento alle esigenze della sicurezza. È l’identikit di Filippo Penati, candidato a ricoprire il ruolo di coordinatore nazionale della campagna di Pierluigi Bersani. Una proposta che gli è stata fatta venerdì, nelle ore della Direzione del Pd, e che è un tassello importante della squadra che lo sfidante di Dario Franceschini sta mettendo a punto.
Squadra complicata, perché deve tenere conto di esigenze diverse e talvolta contrastanti. Delle pretese dei big alleati e sponsor, ma anche del voto popolare, che nelle primarie conterà per ottenere la vittoria. Bersani avrebbe intenzione di assegnare al coordinatore nazionale due vice, rappresentativi del territorio: per il Centro si parla della bindiana Margherita Miotto, per il Sud il prescelto dovrebbe essere l’eurodeputato dalemiano Gianni Pittella.
Correnti rispettate anche per l’elaborazione della mozione, che dovrebbe essere affidata a tre giovani emergenti: Francesco Boccia (lettiano), Gianni Cuperlo (dalemiano) e Giovanni Bachelet (bindiano). Boccia, come altri quarantenni, era alla finestra in attesa di trovare una terza via, ma il discorso della Serracchiani di ieri, con la convergenza su Franceschini, lo ha deluso. Insieme a lui anche altri giovani starebbero traghettando verso Bersani: il ligure Andrea Orlando, ex portavoce del partito, il piemontese Stefano Esposito, l’ex operaio della ThyssenKrupp Antonio Boccuzzi, la piacentina Paola De Micheli, la monzese Alessia Mosca, l’ex veltroniano pugliese Dario Ginefra, il siciliano Giuseppe Berretta e il sardo Giulio Calvisi.
Tra gli emergenti che saranno valorizzati, per dimostrare l’assunto bersaniano che «i giovani ci sono già, sul territorio», c’è Piero Lacorazza, che è stato il più giovane presidente di Provincia (Potenza) d’Italia. C’è poi Antonio Misiani, bergamasco, che - insieme a Boccia, a Stefano Fassina e a Pittella - costituirà la dorsale economica della squadra.
Martedì si insedierà il comitato - formato tra gli altri da Enrico Letta, Rosy Bindi e dai due esperti di organizzazione Maurizio Migliavacca e Nico Stumpo. E il giorno dopo, 1 luglio, Bersani lancerà ufficialmente la sua candidatura a Roma, all’Ambra Jovinelli, davanti a una platea di giovani. Ma la macchina è già al lavoro. Bersani ha già scritto una bozza programmatica, composta da quattro o cinque schede tematiche agili. La novità che vorrebbe lanciare è il «programma aperto»: una bozza pubblicata su Internet e sottoposta ai giudizi e alle eventuali correzioni di militanti ed elettori. Tra i temi trattati, la forma partito, l’identità del Pd, la mobilità sociale, le liberalizzazioni e il mercato del lavoro.
All’Ambra parlerà solo Bersani, introdotto dalla «Canzone Popolare» di Ivano Fossati. Un grande ritorno, non casuale, della «bandiera» dell’Ulivo: emblema della volontà di Bersani di seppellire la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria.
Alessandro Trocino - Corriere della Sera, 28 giuugno 2009
Il mio ruolo è a Milano e in Lombardia
“Il mio ruolo è a Milano e in Lombardia
Non siamo più credibili, la Lega è meglio”
Penati: operai, ceto medio e pensati, chi ci vota più? Non abbiamo capito nessuno
MILANO - Parliamo del partito del Nord?
«Parliamo della Lombardia. Qui c’è un’emergenza gravissima. Siamo fuori da tutto e siamo illusi se pensiamo che Berlusconi sia in fase di declino».
Lo dice il segretario Franceschini, a dire il vero.
«E io non sono d’accordo. Se domani ci fossero le Politiche, dove crede che andrebbero i voti di chi domenica scorsa ha disertato le urne? A loro, perché noi in tutti questi anni non siamo riusciti a costruire un’alternativa credibile. Per quale motivo la gente dovrebbe votare il centrosinistra?».
Filippo Penati non ha ripreso a fumare neppure lunedì sera, quando ha mancato per una manciata di voti la riconferma a presidente della Provincia di Milano, recuperando in due settimane dieci punti percentuali su Guido Podestà. Ora è a Roma, dove parteciperà alla direzione nazionale del Pd e sgombra subito il campo dagli equivoci: «Non ambisco a incarichi nazionali. Io resto a lavorare in Lombardia, perché bisogna continuare partendo dalla rimonta su Podestà, dal fatto che a Milano abbiamo superato il centrodestra grazie anche al buon lavoro fatto dal gruppo consiliare, dai temi scelti per la nostra campagna elettorale».
E dov’è allora l’emergenza?
«Beh, siamo fuori da tutte le istituzioni e rischiamo la marginalizzazione. Ormai non riusciamo neppure a raccogliere il voto di protesta, visto che lo stanno facendo Udc e Lega..».
Addirittura? Non sta esagerando?
«Beh, l’Udc già in molte realtà lombarde ha assunto un ruolo critico verso il Pdl».
E la Lega?
«La Lega, soprattutto da noi, continua a pescare tra i delusi del centrodestra, chi pensa che il governo abbia tradito Milano e il Nord e chi non si fida più delle promesse del Pdl».
Eppure al governo che avrebbe tradito Milano e il Nord c’è anche la Lega.
«Questo è l’aspetto più stravagante. Ma è anche il termometro del fatto che noi non siamo vissuti come alternativa reale. Continuiamo ad essere considerati quelli che hanno la testa girata dall’altra parte e quindi, piuttosto, gli elettori scelgono l’unico partito che dà almeno la sensazione di fare opposizione. Il famoso partito di lotta e di governo: la Lega, insomma».
Come si spiega questa disaffezione dell’elettorato lombardo rispetto al centrosinistra?
«I ceti popolari li abbiamo persi sul tema della sicurezza. Non ci siamo mai davvero impegnati sulla questione o la abbiamo sottovalutata e questo ci ha allontanato da chi vive nelle periferie a stretto contatto con gli immigrati».
Non basta spiegare a chi si sente abbandonato che in questa città da 15 anni governa il centrodestra?
«E loro ci rispondono che noi da sempre proteggiamo gli extracomunitari, compresi quelli irregolari e magari anche chi commette reati. Non siamo credibili, questo è il problema. Quindi, continuano a votare dall’altra parte».
E il centrodestra? È credibile?
«No, perché non risolve i problemi. Ma loro sono arrivati prima a usare certe parole e a prendere certe posizioni: così noi siamo alla perenne rincorsa».
In campagna elettorale lei si è rivolto soprattutto ai ceti medi. Lì va meglio?
«Noi abbiamo cercato di parlare e sa loro cosa ci rimproverano? “Ci avete sempre trattato da evasori”. In effetti, quando eravamo al governo abbiamo colpito soprattutto questa fascia, ci siamo inimicati i commercianti, non abbiamo compreso l’evoluzione dell’artigiano che oggi è l’operaio di alta specializzazione che si messo in proprio. Diciamo la verità: facciamo convegni sulla piccola impresa, ma li abbiamo lasciati soli».
Mentre, invece, il centrodestra..
«La Lega e Tremonti hanno dato risposte. Che ci piacciano o meno. Ma le hanno date».
Penati, sta descrivendo un disastro. È recuperabile?
«Sì, ma serve una scossa. Non si governa il Paese se non si governano Milano e la Lombardia. Questo è il luogo dell’innovazione politica, del cambio di passo, dell’attenzione ai fenomeni di cambiamento. E il nostro vantaggio è che qui il centrodestra è spompato, anche perché governano da molti anni. E rischiano di pagare questa omogeneità: ora che anche la Provincia è in mano loro non avranno più alibi».
Crede che il centrodestra abbia costruito in questi anni un «modello Milano»?
«Ma dove? L’ultimo Albertini e soprattutto la Moratti hanno creato una città frantumata, lacerata da conflitti interni, conservatrice, incapace di imporsi su Roma. Stanno facendo perdere velocità a Milano, altro che modelli».
Ma vincono.
«Torniamo al punto di partenza: vincono perché noi siamo visti ancora come il partito del no. Cosa ha ripetuto Berlusconi per tutta la campagna elettorale? Che noi siamo prigionieri della sinistra estrema, non facciamo le strade e i termovalorizzatori. È l’esatto contrario di quello che siamo, pensiamo e abbiamo fatto, ma l’immaginario collettivo è fermo là».
Altra tesi. Per recuperare servono facce nuove: che ne pensa?
«Il nuovo non è un’operazione di facce e facciata: è una classe dirigente che si forma su una nuova piattaforma politica. Nuova e chiara».
Da dove si riannoda il filo con gli elettori perduti?
«Dal tema della crisi. Nei mercati gli anziani dicono che la pensione non basta più e a Milano non parliamo di pensioni sociali, ma di quelle di chi ha lavorato 35 anni. E c’è il problema dei salari, che hanno perso ogni valore e poi la sicurezza legata al discorso dell’immigrazione. È su questo che dobbiamo dimostrare di avere un valore etico della politica, mentre invece la sinistra ha smarrito i valori».
Cosa intende per valore etico?
«Le faccio degli esempi. Le disuguaglianze? Sono quelle del mondo del lavoro. I privilegi? Parliamo degli organi professionali, rimettiamo in moto l’ascensore sociale. La qualità della scuola? Non possiamo lasciare i figli degli operai in classi piene di bimbi stranieri, senza tutele per gli uni e per gli altri. Invece a me da sinistra rimproverano di non dire cose di sinistra perché non reclamo abbastanza uguali diritti per gli extracomunitari».
Anche Cofferati sostiene che lei riesce a tenere insieme il tema della sicurezza con quello della solidarietà.
«E io lo ringrazio del riconoscimento. È importante non essere soli a sostenere questa linea che fatica così tanto ad imporsi».
Torniamo alla prima domanda. Serve un partito del Nord?
«Ma no. Non rifacciamo inutili coordinamenti, con qualche ambasciatore che ogni tanto arriva da Roma e si occupa di noi come fosse il Wwf. Serve un partito davvero federale. La Lombardia ha bisogno di avere le mani libere su una parte dei programmi, sulla scelta di una parte classe dirigente per giocarsi una partita vera».
Domanda secca: Franceschini o Bersani?
«Lo dirò dopo che avrò posto questi temi e avrò ascoltato le loro risposte».
Esiste una terza via?
«Non mi pare proprio».
Sarà Filippo Penati il candidato sindaco a Milano per il 2011?
«Io vedo il mio ruolo qui e credo di poter dare un contributo, poi si vedrà come. Ma è il principio che deve essere chiaro: abbiamo dimostrato che si può vincere, cerchiamo di non arretrare».
Elisabetta Soglio - Corriere della Sera, 26 giugno 2009
Filippo Penati intervistato da Klaus Davi
Guarda l’intervista di Klaus Davi a Filippo Penati
L’invito al voto di Filippo Penati
Caro amico, cara amica,
mi rivolgo a te direttamente perché nelle tue mani ora c’è una scelta decisiva. Una scelta che non dipende dai partiti, dai giornali o dalle televisioni, ma dalla volontà e dalla responsabilità che ognuno di noi vorrà assumersi.
Domenica 21 e lunedì 22 giugno ci sarà il ballottaggio per la Provincia di Milano.
In questa fase difficile per il Paese, nel mezzo di una pesante crisi economica, ho fatto fino in fondo la mia parte per difendere gli interessi delle persone e delle famiglie, di Milano e della provincia.
L’ho fatto senza guardare in faccia nessuno. Senza dipendere da nessuno. Senza seguire logiche di partito o di schieramento. Con un solo pensiero in testa: il benessere e la sicurezza di tutti voi, a partire dai più deboli.
Ho fatto scelte concrete contro la crisi economica mettendo a disposizione delle famiglie in difficoltà 25 milioni di euro. Ho sostenuto le imprese, ho difeso i lavoratori, mi sono occupato di chi aveva più bisogno.
L’ho fatto ogni giorno come presidente di tutti e continuerò a farlo, col vostro sostegno, anche nei prossimi cinque anni. Perché Milano e la sua provincia hanno bisogno di una guida autorevole che l’aiuti a liberare le sue immense energie morali e civili. Per essere di nuovo la capitale morale d’Italia.
Per questo mi sento di chiedere il tuo voto. Perché so che per governare bene e per superare le difficoltà che abbiamo di fronte ci vuole competenza, esperienza e carattere.
Non è una scelta di campo, è la scelta della concretezza e della competenza.
Il futuro della nostra grande Milano è anche nelle tue mani. Il prossimo 21 giugno vota Penati e convinci i tuoi amici a fare altrettanto. Col tuo voto possiamo continuare a fare il bene di tutti.
Con cordialità
Filippo Penati
Il ballottaggio? zero a zero e palla al centro!
Si comincia una nuova partita: zero a zero e palla al centro. Si sono cancellati i risultati dalla lavagna, non esiste un elettore conquistato per sempre, non c’è una somma da cui ripartire e non ci si può più nascondere dietro a simboli di partito: adesso il sipario non c’è più, i cittadini devono scegliere tra Filippo Penati e Guido Podestà, è questa la partita che stiamo per cominciare.
Mi rivolgo ai cittadini con il mio progetto e il mio programma e non ci voglio rinunciare, per questo non farò apparentamenti, ho presentato un progetto chiaro, ho fatto la scelta coraggiosa di rinunciare a una parte della coalizione che mi ha accompagnato per 5 anni e continuerò in modo coerente, non farò entrare dalla finestra chi è uscito dalla porta perché la coerenza per me è fondamentale.
Agli elettori chiedo fiducia e chiedo di riconfermare Filippo Penati alla guida della Provincia di Milano per avere un’istituzione che protegge i bisogni di questo territorio.
Io l’ho fatto per cinque anni sempre a schiena dritta, sia con il Governo Prodi che con quello di Berlusconi.
Continuerò a farlo, rappresentando la speranza, i bisogni e le delusioni dei milanesi.
Sono stato definito un ‘leghista di sinistra’, ma in verità sono solo un amministratore che ha imparato a leggere i segnali del territorio, ad ascoltare le persone e i cittadini e a trasformare questi segnali in progetti concreti.
Nessun apparentamento
Non farò apparentamenti con i partiti e soprattutto non farò entrare dalla finestra chi è uscito dalla porta. Mi rivolgerò agli elettori e alle elettrici che non hanno il loro candidato, cercando di convincerli con il lavoro fatto finora e con le mie proposte e progetti.
Ho avuto il coraggio di rischiare di perdere pur di fare alleanze coerenti con il mio programma e intendo continuare su questa strada.
Un primo commento sulle elezioni
Gli elettori hanno votato. Il dato più importante di questa tornata elettorale è sicuramente il calo di affluenza. Un calo di affluenza non è mai un dato positivo e impone che tutti noi facciano una riflessione. Non credo che questa situazione possa avvantaggiarmi, è molto complicato fare previsioni. Sull’ipotesi che il calo possa essere dovuto al voto di sabato e domenica anziché di domenica e lunedì, non sono abituato a cercare alibi: gli elettori scelgono se andare o no a votare.
E se scelgono di non andarci è un segno di disaffezione di cui tenere conto.
Non trovo giusto risolvere questa questione appigliandosi a un dato tecnico.
Aspettiamo quindi lo spoglio delle amministrative per poter fare un’analisi concreta.




